La storia di Villa Cagnoni Boniotti

L’inizio della favola

Il complesso di Villa Cagnoni Boniotti rappresenta un bell’intervento architettonico e produttivo nell’ambito della riconversione dei capitali da mercantili ad agrari, che ebbe un notevole impulso a partire dalla seconda metà del 500.  Appartiene alla nostra famiglia, Cagnoni il nonno e Boniotti la nonna, da circa il 1850.

Villa Cagnoni Boniotti

Si venne così a creare un modello insediativo di villa composto dal corpo domenicale della villa, dal corpo produttivo della barchessa e dall’asse di collegamento della via d’acqua, in questo caso il canale Valdentro. Questo modello ha in villa Badoer a Fratta Polesine il suo esempio più importante.

Tuttora il sistema di accesso all’ingresso principale della villa e della barchessa annessa, è ancora leggibile nella composizione originale, nel rapporto tra la viabilità, il corso d’acqua ed il relativo ponte di accesso, mentre la facciata opposta si apre tuttora verso il fondo agrario senza nessun ostacolo percettivo.

Le nostre ricerche storiche arrivano fino al 1700. Abbiamo appurato che la Villa in quegli anni era di proprietà della pittrice bolognese Lucia Casalini che aveva sposato un pittore veronese tal Felice Torelli. I due aprirono a Bologna una “Bottega dell’arte “dove Lucia Casalini (1677-1762) poté mettere a frutto gli insegnamenti del cugino Carlo, tanto da avere commissioni persino dal re di Inghilterra e dalla regina di Spagna.

In seguito la Villa è stata probabilmente utilizzata dai carbonari della vicina Fratta Polesine, per i loro incontri segreti. All’interno della villa vi sono alcuni particolari a sostegno di ciò, come per esempio un finto cantonale che si apriva su di una scala di servizio e quindi all’imboccatura di un tunnel che, si narra, proseguisse fino a Fratta Polesine. Un foro nel muro delle scale principali, tra la scalinata che porta al piano nobile e quella che porta al granaio, permetteva ai carbonari sia di spiare i nemici sia di sparare contro eventuali inseguitori.

Villa Cagnoni Boniotti

L’architettura della Villa

L’edificio padronale, in linea con i montaggi cari all’architettura di villa rurale di Palladio, richiama il palazzetto rustico, che viene arricchito nell’ingresso principale della villa e la corrispondente porta finestra sul salone passante al primo piano, con due interventi decorativi in pietra di Vicenza, in buono stato di conservazione. Al piano terra l’inserto lapideo richiama il tema del bugnato, forse in un indiretto riferimento al Palazzo Roncale di Rovigo, di cui conserva anche la sequenza dell’intervento al piano superiore, in questo caso un’apertura a tutto sesto con un doppio ordine sovrapposto di lesene sormontato da una cornice.

Un altro elemento di pregio è rappresentata dalla cornice dentellata che riguarda l’intero perimetro del sottotetto dell’edificio, di modi tardo rinascimentali. Meno evidente, ma non per questo meno importante, è il trattamento superficiale riservato all’intonaco nelle parti d’angolo, in continuità con il portale nel piano terreno.

L’architettura della barchessa

Si può continuare con la barchessa il gioco di rimando con Palazzo Roncale a Rovigo, in particolare con il prospetto sud. Qui l’impianto della barchessa è simile al palazzo in questione. Da un punto di vista di grammatica architettonica l’unica differenza è nell’ordine: paraste doriche a Gognano, data la posizione a piano terra, paraste ioniche a Rovigo. La destinazione d’uso della barchessa era duplice: residenziale e produttiva. La parte residenziale occupava circa un terzo dello spazio, ed era posta nel lato verso la villa.

La parte produttiva e di deposito occupava il rimanente spazio, che è tuttora caratterizzato dagli imponenti spazi del primo piano, un tempo adibiti a granai. Si può quindi concludere che il complesso di Gognano ha nel rapporto tra il linguaggio architettonico ed il proprio ambito agrario il suo significato più unitario.